Ogni cosa è quello che è relativamente ad altre cose. Relatività non significa soggettività: significa struttura del reale.
Prendi una mela e mettila davanti a uno specchio. Vedi due mele: una di fronte a te, una riflessa. La mela nello specchio ha la stessa forma, lo stesso colore, la stessa brillantezza dell'originale. Ma non è la stessa mela. Non ha lo stesso peso, non ha la stessa posizione, non produce gli stessi effetti su un ago che vuole bucarla.
Eppure non è nemmeno un'illusione, né un fantasma. È una cosa reale: un processo fisico — la luce che si riflette dalla mela, viaggia fino allo specchio, rimbalza indietro — che produce effetti reali nel mondo. Il riflesso scalda il termometro, abbaglia la fotocamera, confonde il gatto. Esiste, ma esiste relativamente a quel preciso sistema di luce e specchio.
Ogni cosa è così. Non c'è una mela assoluta, colta da nessun punto di vista, che poi viene "rappresentata" in modi diversi da occhi e specchi diversi. Ci sono, letteralmente, tante mele quante sono le relazioni causali in cui quella mela entra. Ognuna è reale. Ognuna è unica.
Un ciclista si allontana lungo un viale alberato. Quello che percepisci è una figura sempre più piccola, che occhieggia tra le chiome. La neuroscienza tradizionale direbbe: la tua mente compensa la diminuzione della proiezione retinica e ti fa vedere un uomo di altezza "normale". Il ciclista "reale" è alto un metro e ottanta; il cervello corregge la prospettiva.
Ma questa storia ha bisogno di un cervello magico, capace di sapere a priori quanto è alto un ciclista per poterlo correggere. La MOI propone qualcosa di più semplice e di più radicale: quella piccola figura in lontananza è il ciclista. Non una sua rappresentazione corretta o scorretta. È quella specifica cosa che esiste relativamente al tuo corpo, alla distanza, alla luce di quel momento.
Relativo non significa soggettivo, né mentale. Significa che l'esistenza di una cosa dipende dalla rete causale in cui è implicata. La relatività non è una debolezza della percezione — è la struttura ontologica fondamentale del reale. Einstein l'ha mostrato per lo spazio e il tempo. La MOI la estende agli oggetti.
Se ogni cosa esiste relativamente ad altre cose, allora non c'è nessuna cosa che sia "la cosa in sé", colta da nessun punto di vista privilegiato. Questo non è Kant — non è il problema dell'accesso epistemico alla cosa in sé. È un'affermazione ontologica: la cosa in sé, senza relazioni, non esiste. Ogni oggetto è l'insieme dei suoi effetti causali.
Il filosofo viennese Ernst Mach aveva intuito qualcosa di simile alla fine dell'Ottocento: le cose sono insiemi di sensazioni, e le sensazioni sono insiemi di cose. Ma Mach finiva per dissolvere il mondo in un flusso di eventi psicofisici. La MOI fa un passo diverso: mantiene la fisicità piena degli oggetti e delle relazioni, e abbandona la categoria del soggetto psicologico.
Tu sei una cosa unica. Non perché sei un'anima individuale, né perché il tuo cervello produce un'esperienza privata irripetibile. Sei unico perché il processo causale che sei tu — l'insieme di ciò che esiste relativamente al tuo corpo in questo momento — non è mai lo stesso di nessun altro. Non è solipsismo. È geometria causale.