Perchè la mente incarnata non basta

Negli ultimi 50 anni circa, si è assistito a un progressivo e crescente interesse per il corpo nelle discipline della mente. Il motivo è semplice da spiegare. Per secoli la mente era stata associata con il pensiero astratto (logico e matematico) e spesso era stata concepita come qualcosa di non fisico, per esempio la mente immateriale di Cartesio.

Quando arriva la scienza, da Galileo in poi, si sviluppa rapidamente un crescente sospetto per tutto ciò che non è materiale e quindi anche per la mente si prendono in esame spiegazioni di tipo materialistiche. Operazione corretta perché la materia non è qualcosa definita a priori, ma semplicemente, ciò che può far parte di una verifica empirica. Quindi la mente non può essere immateriale. La logica (ma affrettata) conseguenza di questo principio è che la mente deve essere nel corpo.

Come sappiamo, non si è trovato niente nel corpo che corrisponda alla nostra mente. Molti meccanismi, sicuramente importanti per poter avere o essere una mente, ma nient’altro.

E quindi? Tagliando molti passaggi intermedi, negli anni ’80 molti psicologi, scienziati, neuroscienziati, e esperti di intelligenza artificiali, anche sulla base dell’ispirazione di autori molto suggestivi (ma piuttosto vaghi) come Heidegger, Merleau-Ponty, Gibson e Bateson (oltre a molti altri), incominciano a considerare la possibilità del corpo. Si ha così una nuova generazione di difensori della dimensione corporea della mente – Varela, O’Regan, Noe, Gallagher – per citare i più famosi. A loro si affiancano anche diversi neuroscienziati come Gallese a Parma che, avendo capito l’errore di cercare la mente dentro i neuroni, considerano seriamente la possibilità di estendere la mente al sistema cervello-corpo e, magari, anche all’ambiente.

Ma questo tipo di approccio (a volte definito delle 4 E, ovvero mente extended, embodied, external, and embedded) ha una serie di difetti (che i sostenitori elegantemente dimenticano):

  • tra un movimento/azione e l’esperienza non c’è alcuna somiglianza
  • non ci sono abbastanza movimenti/azioni per tutte le esperienze
  • si fa esperienza anche quando non si agisce
  • noi non facciamo esperienza dei nostri movimenti, ma del mondo (a meno che non osserviamo il nostro corpo come se fosse un altro oggetto)

Ma questo non è sufficiente. Il problema più grosso è che queste forme di mente incarnata (le chiamo così per indicare tutte le E, di cui la embodied mind è, per così dire, l’azionista di maggioranza) sono ancora antropocentrica. In altre parole, c’è una ipotesi nascosta che è quella secondo cui il centro della mente deve essere il corpo. In qualche modo, il cervello o l’anima non sono più l’esclusiva sede della mente, ma sono pur sempre il loro centro.

Perché dovremmo essere dentro il corpo? Perché il punto di entrata di noi stessi dovrebbe essere il corpo? Perché dovremmo essere incarnati? Ancora una volta il pensiero rifletti vecchi pregiudizi. Lo spirito non sarà più immateriale, ma è sempre centrato sul corpo.

Noi non entriamo nel mondo attraverso il corpo. Non siamo un fantasma che deve collegarsi con la realtà attraverso la ghiandola pineale. Non siamo dietro i nostri sensi come ci hanno insegnato per secoli. Noi siamo mondo. Il corpo non è speciale!

1 thought on “Perchè la mente incarnata non basta”

Leave a Comment

Your email address will not be published.