Come dovrebbe sembrare? Sensi e buon senso

Un giorno Gertrude Anscombe, parlando con Ludwig Wittgenstein ebbe questo scambio di opinioni.

Il filofoso le chiese “perché le persone dicono che era normale che il sole girasse intorno alla terra piuttosto che viceversa?” Al che lei replicò “Penso che sia perché sembra che il sole giri intorno alla terra”. Al che lui rispose “Ma scusa, secondo loro, come sarebbe dovuto sembrare se fosse stata la terra a girare?”

Il filosofo voleva dire che è che non è vero che il mondo sembrava diverso da quello che è. Quello che vediamo è sempre e comunque giusto. Sono le nostre opinioni circa quello che vediamo che possono essere giuste o sbagliate.

Nel caso del sole e della terra, non è che sembrasse il contrario di quello che è quello (la terra ferma e il sole in movimento). Loro apparivano esattamente come erano. Quello che era sbagliate erano le nostre opinioni in merito.

Tra quello che vediamo e il significato di quello che vediamo – tra percezione e giudizio – c’è un abisso, reso ancora più insuperabile dai nostri pregiudizi.

Con questo famoso aneddoto (riportato in “Introduzione al Tractatus”, 1959, p. 150) voglio ribadire quanto di cui ho già parlato in precedente post: la realtà appare sempre esattamente come è. Non potrebbe fare altrimenti. Non c’è spazio perché le cose non siano altro che quello che sono.

E allora come mai abbiamo questa convinzione fortissima che il mondo possa non apparire come è, essere una illusione? Perché facciamo confusione tra giudizi ed esperienza, tra concetti e percezioni.

Ho citato Wittgenstein, lasciatemi citare Galileo, il fondatore della scienza. Galileo dà il via alla scienza moderna nel 1637 con i suoi celeberrimi Dialoghi. In questa opera, Galileo contesta il valore dei sensi. Sostiene che, osservando l’esperienza, si possa andare oltre i sensi e raggiungere la vera conoscenza. Il famoso passo è questo:

Non posso trovar termine all’ammirazione mia come abbia possuto in Aristarco e nel Copernico far la ragione tanta violenza al senso, che contro a questo ella si sia fatta padrona del loro credere.

Qui Galielo se la prende con il senso, ma lui intende il senso comune. Sfortunatamente (anche per colpa di altri suoi scritti, in particolare Il Saggiatore, 1623), molti hanno fatto confusione tra il senso comune e i sensi.

Ma i sensi sono, ovviamente, neutri rispetto ai giudizi che noi ne possiamo trarre. Gli uomini hanno visto per secoli cadere i gravi, senza poter capire la legge di Newton. In modo analogo hanno visto per secoli le conseguenze della rotazione della terra, senza capire che il loro pianeta si muove. Ma che cosa avrebbero dovuto vedere?

La tendenza a voler sminuire i sensi come illusori nasce dalla confusione tra la nostra esperienza (sempre corretta perché identica con la realtà) e il nostro senso comune, i nostri giudizi. Noi siamo arroganti. Pensiamo sempre di sapere come il mondo dovrebbe essere o quindi come dovrebbe apparire.

Quando esperienza e giudizi non coincidono, di solito, preferiamo sacrificare la prima per salvare i secondi. Biasiamiamo il mondo per non apparire come dovrebbe (secondo i nostri giudizi).

Una cosa sono i sensi e un’altra il senso (insieme di giudizi e pre-giudizi). Come scrisse Kant, i primi non sono mai sbagliati.

Secondo la mente allargata, le nostre sensazioni (i sensi) non possono essere sbagliati perché sono mondo.

I giudizi, invece, possono essere errati perché sono conclusioni di ragionamenti più o meno affidabili. Il senso comune può (quasi sempre) sbagliare. I sensi mai.

5 thoughts on “Come dovrebbe sembrare? Sensi e buon senso”

  1. E la gestalt? E le nostre cinque porte della percezione che appunto sono porte, setacci che leggono la realtà diversamente da come la vede per esempio un cieco, un sordo, o un gatto, per portare anche casi non umani? Purtroppo non siamo il demiurgo che crea la realtà a propria immagine e somiglianza.

    1. Siamo sicuramente d’accordo che non siamo il demiurgo che crea la realtà. Ma non siamo nemmeno diversi dalla realtà.
      I sensi non creano una realtà diversa da quella che è, i 5 (e più sensi) sono altrettanti modi attraverso cui la realtà accade.
      Colori, suoni, odori, sapori, sensazioni tattili sono altrettanti modi di essere del mondo fisico.
      I sensi non sono porte. Non c’è una stanza dentro cui entrare.

      Noi non siamo l’omino dentro la stanza che cerca di vedere il mondo fuori. Noi siamo il mondo fuori.
      I diversi modi di essere del mondo fuori li abbiamo chiamati sensi. E’ un nome infelice.

  2. Buongiorno Riccardo,

    Vorrei sottoporre la seguente domanda. Visto che O = E e nulla è mentale, immaginiamo di fare il gioco “indovina il numero che ho pensato”.
    Per cui se penso un numero, io faccio una certa esperienza. I partecipanti possono farmi una serie di domande “E’ primo?” “E pari?” “E’ un multiplo di 4” e avranno risposte coerenti al numero pensato.
    Il numero ha quindi una sua realtà (esclusivamente privata, infatti è conosciuta solo da chi pensa il numero).
    Però chiedo: dove fisicamente si trova il numero pensato?

    Grazie mille

    Riccardo

    1. Facciamo lo stesso gioco con il mio computer. Io scrivo un programmino stupido stupido che “genera un numero causale” e poi “chiede alle persone di indovinare” e “dice “più grande” o “più piccolo” etc.”. Bene, il programma funziona qui sul mio calcolatore.
      Per spiegare quello che fa il calcolatore possono introdurre tutte queste entità mentali per il calcolatore e pensare che “dentro il calcolatore” ci sia “un numero generato” etc.
      Ma se io guardo dentro il calcolatore non trovo nessun numero, trovo livelli elettronici dentro i transistor. Non c’è il numero! Dove è il numero? Il numero è una entità fittizia che esiste solo nella mia descrizione del programma e di quello che fa il calcolatore.
      Il caso del gioco del numero è lo stesso. Usiamo il concetto fittizio di numero per spiegare un comportamento complesso.

      1. Comprendo. Tuttavia non sono molto propenso a pensare che il computer abbia la sensazione di aver pensato un numero.
        Io faccio invece esperienza del numero pensato. Lo conosco, tanto è vero che posso dire “scelgo otto perché è l’infinito messo per verticale”.
        Il numero pensato è una esperienza che sappiamo di fare. Per cui dovrà pur essere da qualche parte…..

        Grazie
        Riccardo

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