Guardare le stelle e vedere …

Quando andiamo al planetario cittadino e ci mostrano le stelle lontane spesso la guida ci dice, tra l’annoiato e il saccente, che non vediamo le stelle come sono adesso, ma le vediamo come erano centinaia di anni fa e, per aggiungere un po’ di dramma, oggi quegli stessi astri potrebbero non esistere più, magari distrutti da un cataclisma cosmico (magari le ha mangiate Galactus!).

Ma pensiamoci un attimo. Se non vediamo le stelle, che cosa vediamo? La risposta della guida è qualcosa tipo “vediamo la luce che le stelle ci hanno mandato”. Ma se questo è vero, allora anche quando guardiamo il palazzo di fronte o persino la nostra mano, non vediamo altro che la luce che ci mandamo. Ma sarebbe un po’ strano dire che non vediamo mai niente e solo luce.

Se vediamo una mela, allo stesso modo vediamo anche le stelle. Non può esserci una differenza tra i due casi.

E quindi? Quindi nel caso delle stelle deve esserci un errore di ragionamento. Ma quale?

L’errore consiste nel pensare che quello che vediamo debba essere contemporaneo (cioè accadere nello stesso istante di tempo) della nostra percezione. Ma questo ragionamento è sbagliato per due motivi. Primo, non sappiamo in quale istante sia collocata la nostra percezione. Secondo, niente nella natura avviene nello stesso istante perché ogni processo fisico richiede tempo e quindi ogni coppia di eventi in relazione è sempre divisa da un intervallo non nullo. Se io ascolto il suono di un temporale, passano diversi secondi dal tuono al mio orecchio, ma (per quanto non me ne accorga) passano anche diverse decine di millisecondi da quando le onde sonore raggiungono il mio orecchio a quando il segnale nervoso raggiunge il mio cervello.

Anche in un computer, dove tutto è rapidissimo, tra un transistor e l’altro intercorre del tempo, che magari sembra piccolissimo per noi che siamo delle lumache, ma che però non è così piccolo. E infatti ce ne accorgiamo quando il nostro cellulare, che è capace di miliardi di operazioni al secondo, deve trovare una foto della nostra fidanzata e improvvisamente ci mette un tempo lunghissimo!

Insomma, non esiste un istante di tempo uguale per tutti dove tutto avviene allo stesso momento, ma esistono tanti momenti nei quali le cose sono presenti relativamente a qualche altro oggetto. Le stelle che io vedo sono nel mio presente, come il viso dei miei studenti a pochi metri da me, o come la mela che sto per mangiarmi.

Il punto cruciale è che non c’è un posto dove le stelle sono adesso per il semplice fatto che non c’è un adesso.

Le stelle sono presenti a me come sono presenti a qualcuno che si trova più vicino a loro, ma non c’è un osservatore privilegiato, non c’è un modo esatto in cui sono e un modo non vero in cui sembra che siano e invece non sono.

Quando guardiamo la volta stellata non vediamo immagini delle stelle, vediamo semplicemente le stelle … le stelle relative al nostro corpo sul terzo pianeta della stella Sol in fondo alla nostra galassia.

1 thought on “Guardare le stelle e vedere …”

  1. Il tuo libro l’ho acquistato puntualmente alla sua uscita del 28/11/2019 con una precipitazione corrispondente al fascino che mi ha “scomodato”. Lo sto leggendo e vi ritrovo convincenti dimostrazioni. Voglio solo aggiungere alcune considerazioni intrise di banalità. Un rapido flash-back e divento un ominide….. giungla, foresta, savana. Un vivente provvisorio dalla sopravvivenza incerta… solo fuga di fronte ai pericoli. Quale fosse l’esperienza mondo che gli derivasse dalla diade percezione/animale feroce, la lascio immaginare. Non avrei sicuramente avuto la fortuna della zecca confinata nel ridotto del suo mondo di acido butirrico.
    L’ominide immaginato però ridiventa il quasi-sapiens e l’io sono la mela.
    Privato di quelle paure ancestrali, torno volentieri ad essere il “quasi sapiens”. Aggiungo però qualche suggestione alla tua ricerca, parimenti affascinato dalle ultime ricerche di Carlo Sini e ai suoi meccanismi di “retroflessione del pensiero” umano con il suo arricchimento in crescendo (come l’uranio?) con quelli che lui definisce gli strumenti “esosomatici” del linguaggio (che, forse è il mezzo che più di altri impedisce la fruizione della tua teoria) e del lavoro. Mezzi questi che costituiscono l’umano, la sua cultura e la sua socialità “precaria”.

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